Dell’architetto Pietro Solari, meglio noto come Pietro Solari da Bolvedro, frazione rivierasca di Tremezzo, dove è presente nei documenti fra il 1749, anno del suo matrimonio, e il 1782, quando fa testamento (muore nel 1787), le fonti archivistiche attestano una fitta attività in Valtellina e Valchiavenna (Chiavenna, Delebio, Morbegno, Traona, Sondrio) negli anni Cinquanta e Sessanta del Settecento (e ancora da ultimo nel 1780-81) per opere di ingegneria (il ponte sul Mallero a Sondrio), di edilizia religiosa pubblica (la torre campanaria della collegiata di Sondrio), e per commissioni di diverse famiglie nobiliari locali, reciprocamente unite da vincoli sociali, matrimoniali, e di parentela (i Peregalli di Delebio, i Malacrida di Morbegno, i Sertoli di Sondrio, i Parravicini di Traona). Contemporaneamente, egli risulta operoso nei Grigioni (Soglio, Vicosoprano) e a Chiavenna per alcuni esponenti della potente casata dei Salis, ed è probabile che il prestigio di tale ricchissima consorteria familiare, che nel Settecento aveva raggiunto una posizione di assoluto dominio nella Repubblica retica delle Tre Leghe e nei territori soggetti (fra cui la Valtellina), abbia contribuito a fare di lui l’interlocutore privilegiato della nobiltà valligiana.
Rimangono incerte la sua origine e la sua formazione, pur se a Carona nel Luganese e a Ramponio d’Intelvi sono attestati diversi rami di famiglie Solari impegnati per generazioni in campo artistico (architetti, scultori, lapicidi, pittori, scagliolisti). Spicca, in particolare in Pietro Solari , la qualità spiccatamente internazionale del suo rococò, che presenta tanto nelle planimetrie e negli alzati, quanto nei partiti decorativi, stringenti analogie con l’architettura centroeuropea, la quale ebbe per protagonisti, fra la metà del Sei e lungo il Settecento, innumerevoli intelvesi. Il linguaggio architettonico del Solari ha radici culturali borrominiane e guariniane, comuni ad altri maestri del rococò in Austria, in Boemia, in Moravia e nella Germania meridionale: esso è caratterizzato dalla predilezione per le piante centrali e gli spazi raccolti, animati dal flettersi delle pareti e dai giochi complessi e movimentati di aperture (una costante dei suoi ambienti, verificabile bene nel salone da ballo di Palazzo Malacrida, sono le gallerie, le tribune dal disegno spesso eccentrico, le finestre e le aperture interne, ora vere ora finte, a trompe l’oeil), inoltre la raffinata e nervosa sensibilità decorativa, capace di coordinare con intelligenza il lavoro degli stuccatori, dei pittori e dei quadraturisti

La creazione più matura e compiuta del Solari è il Palazzo Malacrida di Morbegno, che sorge nella parte alta del centro storico della cittadina, in contrada “Cimacase”, all’imbocco della Valle del Bitto di Albaredo. Le manoscritte Memorie storiche e genealogiche della famiglia Malacrida di Morbegno (Morbegno, Biblioteca Civica Ezio Vanoni), stese intorno al 1816 da Ascanio Malacrida, contengono un analitico ragguaglio sulle vicende della fabbrica, e una puntuale descrizione degli apparati pittorici e decorativi. 

 Si deve al padre di Ascanio, Giampietro, l’iniziativa di “riedificare la casa di sua abitazione nella contrada in cima alle case […]. La ridusse a regolare architettura nella facciata, e nell’interno con bell’atrio, e scalone, e con tutto l’appartamento superiore, e spese circa cinque mille zecchini […]. L’architetto fu l’ingegnere civile Pietro Solari da Como”. I lavori si protrassero, in base alle Memorie, dal 1758 al 1762, ma dovevano essere in fase avanzata di realizzazione nel 1761, data segnata accanto alla firma sulle quadrature di Giuseppe Coduri detto il Vignoli nel salone da ballo.

Palazzo Malacrida sorge in “Scima ai cà”, antico borgo morbegnese che si sviluppa tutto in verticale e a ridosso della montagna. Una posizione strategica poichè alle spalle dell’edificio sale la strada che in passato conduceva al Passo San Marco, punto nevralgico per gli scambi commerciali in tutto il Settecento. Da qui infatti si raggiungevano le vie e i traffici della Serenissima e di Venezia. Ai piedi del promontorio inoltre si incrociava la via che portava al Lago di Como, lo costeggiava lungo la sponda occidentale, e conduceva a Como e di lì a Milano.
Dal palazzo è possibile abbracciare con lo sguardo la Morbegno più recente, quella che a partire dall’Ottocento si è sviluppata intorno alla stazione e alla linea ferroviaria. Prima dell’avvento della ferrovia però la cittadina presentava un volto totalmente differente: quattro erano i centri principali e tutti molto distanti tra loro. Oltre al borgo di “Scima ai cà”, i cui confini sono il ponte di San Rocco sul fiume Bitto, Piazza San Giovanni e le case attorno alla chiesa di San Pietro, vi era la contrada Bottà a nord, il convento di Sant’Antonio ad est e molto più distante il santuario dell’Assunta.
Palazzo Malacrida sorge in “Scima ai cà”, antico borgo morbegnese che si sviluppa tutto in verticale e a ridosso della montagna. Una posizione strategica poichè alle spalle dell’edificio sale la strada che in passato conduceva al Passo San Marco, punto nevralgico per gli scambi commerciali in tutto il Settecento. Da qui infatti si raggiungevano le vie e i traffici della Serenissima e di Venezia. Ai piedi del promontorio inoltre si incrociava la via che portava al Lago di Como, lo costeggiava lungo la sponda occidentale, e conduceva a Como e di lì a Milano.
Dal palazzo è possibile abbracciare con lo sguardo la Morbegno più recente, quella che a partire dall’Ottocento si è sviluppata intorno alla stazione e alla linea ferroviaria. Prima dell’avvento della ferrovia però la cittadina presentava un volto totalmente differente: quattro erano i centri principali e tutti molto distanti tra loro. Oltre al borgo di “Scima ai cà”, i cui confini sono il ponte di San Rocco sul fiume Bitto, Piazza San Giovanni e le case attorno alla chiesa di San Pietro, vi era la contrada Bottà a nord, il convento di Sant’Antonio ad est e molto più distante il santuario dell’Assunta.

La famiglia Malacrida ha un’antica tradizione e, grazie al diario lasciato dall’ultimo nobile della famiglia, Ascanio II (1751-1820), è ancora oggi possibile ricostruire le vicende principali di questa casata. Già nel XIII sec. si trovano a Dongo (lungo la sponda occidentale del Lago di Como) numerosi possedimenti appartenenti a questa famiglia, la quale, grazie al sostegno degli Sforza e dei Visconti, consolida la propria posizione durante il XIV sec. riuscendo a diffondere il proprio prestigio fino ai centri di colico e di Corenno Plinio. A metà del secolo, dopo essere divenuti signori di Poschiavo e di Traona, acquistano diverse proprietà in Valtellina. Caspano, piccolo paese sulla costiera retica, diventa sede della loro stabile dimora. Da qui si spostano soltanto verso la fine del XVII sec. per stabilirsi definitivamente a Morbegno secondo il volere di Bartolomeo Malacrida. Quest’ultimo acquista infatti caseggiati e terreni nella contrada di “Scima ai cà”, e il figlio, Ascanio I, fa costruire un primo scheletro del palazzo. Dalla casata dei Malacrida sono discesi illustri personaggi, tra cui numerosi notai, una suora agostiniana, Beata Elena Malacrida, e addirittura un gesuita, Gabriele Malacrida, il quale prestava servizio in Portogallo come confessore del re. 

Viene tuttavia coinvolto in una non chiara vicenda e, sospettato di eresia e alto tradimento, viene condannato al rogo nel 1761. Tornando alla storia dell’edificio, il figlio di Ascanio I, Gian Pietro Malacrida, decide di far abbattere il primo scheletro del palazzo al fine di erigerne un altro che esprimesse la potenza e il prestigio del casato. I lavori vengono affidati all’Architetto Pietro Solari da Bolvedro e vengono terminati intorno al 1762.

La famiglia Malacrida ha un’antica tradizione e, grazie al diario lasciato dall’ultimo nobile della famiglia, Ascanio II (1751-1820), è ancora oggi possibile ricostruire le vicende principali di questa casata. Già nel XIII sec. si trovano a Dongo (lungo la sponda occidentale del Lago di Como) numerosi possedimenti appartenenti a questa famiglia, la quale, grazie al sostegno degli Sforza e dei Visconti, consolida la propria posizione durante il XIV sec. riuscendo a diffondere il proprio prestigio fino ai centri di colico e di Corenno Plinio. A metà del secolo, dopo essere divenuti signori di Poschiavo e di Traona, acquistano diverse proprietà in Valtellina. Caspano, piccolo paese sulla costiera retica, diventa sede della loro stabile dimora. Da qui si spostano soltanto verso la fine del XVII sec. per stabilirsi definitivamente a Morbegno secondo il volere di Bartolomeo Malacrida. Quest’ultimo acquista infatti caseggiati e terreni nella contrada di “Scima ai cà”, e il figlio, Ascanio I, fa costruire un primo scheletro del palazzo. Dalla casata dei Malacrida sono discesi illustri personaggi, tra cui numerosi notai, una suora agostiniana, Beata Elena Malacrida, e addirittura un gesuita, Gabriele Malacrida, il quale prestava servizio in Portogallo come confessore del re. 

Viene tuttavia coinvolto in una non chiara vicenda e, sospettato di eresia e alto tradimento, viene condannato al rogo nel 1761. Tornando alla storia dell’edificio, il figlio di Ascanio I, Gian Pietro Malacrida, decide di far abbattere il primo scheletro del palazzo al fine di erigerne un altro che esprimesse la potenza e il prestigio del casato. I lavori vengono affidati all’Architetto Pietro Solari da Bolvedro e vengono terminati intorno al 1762.
Usciti dalla signorile dimora, andando verso destra ci si affaccia su via San Marco, che attraversa tutta la contrada Scimicà (in dialetto: “in cima alle case”), la parte più alta del borgo. All’incrocio delle due vie si apre il suggestivo portico di un antico edificio con a lato una delle fontanelle che, insieme ai balconi, caratterizzano il tracciato viario di Morbegno. È ben visibile nella facciata anche un affresco con l’immagine di una monumentale Madonna Immacolata che schiaccia la testa al serpente e con il cartiglio: «Viva Maria / ut taceant loquaces» (Viva Maria [Immacolata]. / Ammutoliscano i loquaci [che contestano questo privilegio]). Il motto rimanda alle dispute sull’argomento tra Francescani e Domenicani: i committenti dell’affresco, sostenitori dei primi, acclamano a gran voce “Immacolata” la Madonna e al tempo stesso diffidano i seguaci della teologia domenicana dall’affermare il contrario. In realtà, solo alcuni tra i domenicani avversarono questa verità di fede. Proseguendo la salita, si raggiunge l’antica via Priula, strada mulattiera aperta nel 1592 dal podestà di Bergamo Alvise Priuli con l’accordo dei governanti grigioni, che si inerpicava sino al passo San Marco e da lì scendeva nei territori veneti della bergamasca. Là dove inizia la Priula, una targa riporta un pensiero spesso espresso a parole da Gianpietro Bottà (1945- 2018): «A Morbegno nessuno è estraneo, l’unico estraneo è l’amico che non abbiamo ancora conosciuto». Lungo questo tratto si corre il Trofeo Vanoni Ɍ24 di cui Bottà fu promotore. La ripida strada acciottolata che passa sotto il portico conduce, in salita, al Tempietto ʊ25.
Verso valle, la stessa strada porta alla piazza dove sorge il complesso conventuale di Sant’Antonio. Scendendo invece per la via San Marco, a sinistra si incontra la chiesetta dell’Angelo Custode, cappella privata dell’attiguo palazzo della famiglia Schenardi. Quasi sempre chiusa, viene aperta il 2 ottobre per la festa dei Santi Angeli Custodi, che si tramanda celebrata qui almeno dal 1654. In questo giorno la stradina profuma di caldarroste. Un’iscrizione sopra l’altar maggiore informa che l’oratorio fu costruito nel 1692 (o forse ristrutturato sul sedime di una precedente cappella) a spese di Francesco Schenardi. Fu dedicato all’Angelo Custode «in pugna mortis ultima 1692» ([Accompagnami] nell’ultima battaglia, che è quella della morte) come è scritto sull’architrave del portale in pietra nera di Varenna. La pala d’altare letteralmente campeggia nella piccola aula: è una tela di pittore ignoto, che raffigura l’Angelo custode che accompagna un bambino lungo una scala. Al vertice, tra le nuvole, è rappresentata la Trinità, mentre nell’angolo a sinistra compare uno stemma con raffigurate due mani che si stringono da cui fuoriescono due fiori e una spada: potrebbe trattarsi dell’arma della famiglia Acquistapace.
L’arredo sacro è completato da due tele: a sinistra l’immagine di san Rocco, a destra quella di un re santo, forse san Luigi IX ƽ26. Spingendo lo sguardo aldilà dei portoni aperti si possono ancora ammirare le logge, i cortili e il mais appeso a essiccare. A circa metà della via, sulla destra, si trovano le “Cantine Martinelli”, piccolo museo dell’imprenditoria di famiglia che qui ebbe origine con un’officina di fabbro di cui si conserva, nel cortile, il primo maglio. Oggi le cantine sono state recuperate come spazio polifunzionale. Il percorso in discesa si conclude in piazza Tre Fontane e, qui, la prima a sinistra è via Andrea Malaguccini, che attraversa il borgo medievale tra vecchie case che nascondono profonde cantine in sasso. Al civico 9, non proprio in ottimo stato, ma ancora con i caratteri distintivi di un tempo, si trova il palazzo della nobile famiglia Malaguccini: sopra il portale ad arco acuto lo stemma è abraso, mentre i balconcini, che sporgono dalla facciata, sono piccoli capolavori in ferro battuto. Qui l’incrocio delle vie genera sorprendenti scorci prospettici tra portici, portali e corti. Il percorso ci conduce alla piazzetta Fiume dai caratteristici tratti medievali, tanto che a piano terra quasi si cercano ancora aperte le piccole botteghe artigiane. Poco prima però, alla nostra destra, si apre un primo portico, sotto il quale a nulla serve la scritta «vietato lordare». Sbucando, non si può non notare sulla casa di fronte un affresco un po’ cupo e trascurato, sicuramente rifatto e ridipinto più volte fino a renderlo poco leggibile. Vi sono raffigurati due santi religiosi (Domenico e Francesco?) che affiancano una Madonna in trono con il Bambino. Nel cartiglio sorretto da un angelo si leggono a stento, le parole di un inno alla Madonna: «Maria mater gratie, mater misericordie» (Maria madre di grazia, madre di misericordia).

Usciti dalla signorile dimora, andando verso destra ci si affaccia su via San Marco, che attraversa tutta la contrada Scimicà (in dialetto: “in cima alle case”), la parte più alta del borgo. All’incrocio delle due vie si apre il suggestivo portico di un antico edificio con a lato una delle fontanelle che, insieme ai balconi, caratterizzano il tracciato viario di Morbegno. È ben visibile nella facciata anche un affresco con l’immagine di una monumentale Madonna Immacolata che schiaccia la testa al serpente e con il cartiglio: «Viva Maria / ut taceant loquaces» (Viva Maria [Immacolata]. / Ammutoliscano i loquaci [che contestano questo privilegio]). Il motto rimanda alle dispute sull’argomento tra Francescani e Domenicani: i committenti dell’affresco, sostenitori dei primi, acclamano a gran voce “Immacolata” la Madonna e al tempo stesso diffidano i seguaci della teologia domenicana dall’affermare il contrario. In realtà, solo alcuni tra i domenicani avversarono questa verità di fede. Proseguendo la salita, si raggiunge l’antica via Priula, strada mulattiera aperta nel 1592 dal podestà di Bergamo Alvise Priuli con l’accordo dei governanti grigioni, che si inerpicava sino al passo San Marco e da lì scendeva nei territori veneti della bergamasca. Là dove inizia la Priula, una targa riporta un pensiero spesso espresso a parole da Gianpietro Bottà (1945- 2018): «A Morbegno nessuno è estraneo, l’unico estraneo è l’amico che non abbiamo ancora conosciuto». Lungo questo tratto si corre il Trofeo Vanoni Ɍ24 di cui Bottà fu promotore. La ripida strada acciottolata che passa sotto il portico conduce, in salita, al Tempietto ʊ25. Verso valle, la stessa strada porta alla piazza dove sorge il complesso conventuale di Sant’Antonio. Scendendo invece per la via San Marco, a sinistra si incontra la chiesetta dell’Angelo Custode, cappella privata dell’attiguo palazzo della famiglia Schenardi.

Quasi sempre chiusa, viene aperta il 2 ottobre per la festa dei Santi Angeli Custodi, che si tramanda celebrata qui almeno dal 1654. In questo giorno la stradina profuma di caldarroste. Un’iscrizione sopra l’altar maggiore informa che l’oratorio fu costruito nel 1692 (o forse ristrutturato sul sedime di una precedente cappella) a spese di Francesco Schenardi. Fu dedicato all’Angelo Custode «in pugna mortis ultima 1692» ([Accompagnami] nell’ultima battaglia, che è quella della morte) come è scritto sull’architrave del portale in pietra nera di Varenna. La pala d’altare letteralmente campeggia nella piccola aula: è una tela di pittore ignoto, che raffigura l’Angelo custode che accompagna un bambino lungo una scala. Al vertice, tra le nuvole, è rappresentata la Trinità, mentre nell’angolo a sinistra compare uno stemma con raffigurate due mani che si stringono da cui fuoriescono due fiori e una spada: potrebbe trattarsi dell’arma della famiglia Acquistapace.

L’arredo sacro è completato da due tele: a sinistra l’immagine di san Rocco, a destra quella di un re santo, forse san Luigi IX ƽ26. Spingendo lo sguardo aldilà dei portoni aperti si possono ancora ammirare le logge, i cortili e il mais appeso a essiccare. A circa metà della via, sulla destra, si trovano le “Cantine Martinelli”, piccolo museo dell’imprenditoria di famiglia che qui ebbe origine con un’officina di fabbro di cui si conserva, nel cortile, il primo maglio. Oggi le cantine sono state recuperate come spazio polifunzionale. Il percorso in discesa si conclude in piazza Tre Fontane e, qui, la prima a sinistra è via Andrea Malaguccini, che attraversa il borgo medievale tra vecchie case che nascondono profonde cantine in sasso. Al civico 9, non proprio in ottimo stato, ma ancora con i caratteri distintivi di un tempo, si trova il palazzo della nobile famiglia Malaguccini: sopra il portale ad arco acuto lo stemma è abraso, mentre i balconcini, che sporgono dalla facciata, sono piccoli capolavori in ferro battuto. Qui l’incrocio delle vie genera sorprendenti scorci prospettici tra portici, portali e corti. Il percorso ci conduce alla piazzetta Fiume dai caratteristici tratti medievali, tanto che a piano terra quasi si cercano ancora aperte le piccole botteghe artigiane. Poco prima però, alla nostra destra, si apre un primo portico, sotto il quale a nulla serve la scritta «vietato lordare». Sbucando, non si può non notare sulla casa di fronte un affresco un po’ cupo e trascurato, sicuramente rifatto e ridipinto più volte fino a renderlo poco leggibile. Vi sono raffigurati due santi religiosi (Domenico e Francesco?) che affiancano una Madonna in trono con il Bambino. Nel cartiglio sorretto da un angelo si leggono a stento, le parole di un inno alla Madonna: «Maria mater gratie, mater misericordie» (Maria madre di grazia, madre di misericordia).