La creazione più matura e compiuta del Solari è il Palazzo Malacrida di Morbegno, che sorge nella parte alta del centro storico della cittadina, in contrada “Cimacase”, all’imbocco della Valle del Bitto di Albaredo. Le manoscritte Memorie storiche e genealogiche della famiglia Malacrida di Morbegno (Morbegno, Biblioteca Civica Ezio Vanoni), stese intorno al 1816 da Ascanio Malacrida, contengono un analitico ragguaglio sulle vicende della fabbrica, e una puntuale descrizione degli apparati pittorici e decorativi.
Si deve al padre di Ascanio, Giampietro, l’iniziativa di “riedificare la casa di sua abitazione nella contrada in cima alle case […]. La ridusse a regolare architettura nella facciata, e nell’interno con bell’atrio, e scalone, e con tutto l’appartamento superiore, e spese circa cinque mille zecchini […]. L’architetto fu l’ingegnere civile Pietro Solari da Como”. I lavori si protrassero, in base alle Memorie, dal 1758 al 1762, ma dovevano essere in fase avanzata di realizzazione nel 1761, data segnata accanto alla firma sulle quadrature di Giuseppe Coduri detto il Vignoli nel salone da ballo.
La famiglia Malacrida ha un’antica tradizione e, grazie al diario lasciato dall’ultimo nobile della famiglia, Ascanio II (1751-1820), è ancora oggi possibile ricostruire le vicende principali di questa casata. Già nel XIII sec. si trovano a Dongo (lungo la sponda occidentale del Lago di Como) numerosi possedimenti appartenenti a questa famiglia, la quale, grazie al sostegno degli Sforza e dei Visconti, consolida la propria posizione durante il XIV sec. riuscendo a diffondere il proprio prestigio fino ai centri di colico e di Corenno Plinio. A metà del secolo, dopo essere divenuti signori di Poschiavo e di Traona, acquistano diverse proprietà in Valtellina. Caspano, piccolo paese sulla costiera retica, diventa sede della loro stabile dimora. Da qui si spostano soltanto verso la fine del XVII sec. per stabilirsi definitivamente a Morbegno secondo il volere di Bartolomeo Malacrida. Quest’ultimo acquista infatti caseggiati e terreni nella contrada di “Scima ai cà”, e il figlio, Ascanio I, fa costruire un primo scheletro del palazzo. Dalla casata dei Malacrida sono discesi illustri personaggi, tra cui numerosi notai, una suora agostiniana, Beata Elena Malacrida, e addirittura un gesuita, Gabriele Malacrida, il quale prestava servizio in Portogallo come confessore del re.
Viene tuttavia coinvolto in una non chiara vicenda e, sospettato di eresia e alto tradimento, viene condannato al rogo nel 1761. Tornando alla storia dell’edificio, il figlio di Ascanio I, Gian Pietro Malacrida, decide di far abbattere il primo scheletro del palazzo al fine di erigerne un altro che esprimesse la potenza e il prestigio del casato. I lavori vengono affidati all’Architetto Pietro Solari da Bolvedro e vengono terminati intorno al 1762.
La famiglia Malacrida ha un’antica tradizione e, grazie al diario lasciato dall’ultimo nobile della famiglia, Ascanio II (1751-1820), è ancora oggi possibile ricostruire le vicende principali di questa casata. Già nel XIII sec. si trovano a Dongo (lungo la sponda occidentale del Lago di Como) numerosi possedimenti appartenenti a questa famiglia, la quale, grazie al sostegno degli Sforza e dei Visconti, consolida la propria posizione durante il XIV sec. riuscendo a diffondere il proprio prestigio fino ai centri di colico e di Corenno Plinio. A metà del secolo, dopo essere divenuti signori di Poschiavo e di Traona, acquistano diverse proprietà in Valtellina. Caspano, piccolo paese sulla costiera retica, diventa sede della loro stabile dimora. Da qui si spostano soltanto verso la fine del XVII sec. per stabilirsi definitivamente a Morbegno secondo il volere di Bartolomeo Malacrida. Quest’ultimo acquista infatti caseggiati e terreni nella contrada di “Scima ai cà”, e il figlio, Ascanio I, fa costruire un primo scheletro del palazzo. Dalla casata dei Malacrida sono discesi illustri personaggi, tra cui numerosi notai, una suora agostiniana, Beata Elena Malacrida, e addirittura un gesuita, Gabriele Malacrida, il quale prestava servizio in Portogallo come confessore del re.
Usciti dalla signorile dimora, andando verso destra ci si affaccia su via San Marco, che attraversa tutta la contrada Scimicà (in dialetto: “in cima alle case”), la parte più alta del borgo. All’incrocio delle due vie si apre il suggestivo portico di un antico edificio con a lato una delle fontanelle che, insieme ai balconi, caratterizzano il tracciato viario di Morbegno. È ben visibile nella facciata anche un affresco con l’immagine di una monumentale Madonna Immacolata che schiaccia la testa al serpente e con il cartiglio: «Viva Maria / ut taceant loquaces» (Viva Maria [Immacolata]. / Ammutoliscano i loquaci [che contestano questo privilegio]). Il motto rimanda alle dispute sull’argomento tra Francescani e Domenicani: i committenti dell’affresco, sostenitori dei primi, acclamano a gran voce “Immacolata” la Madonna e al tempo stesso diffidano i seguaci della teologia domenicana dall’affermare il contrario. In realtà, solo alcuni tra i domenicani avversarono questa verità di fede. Proseguendo la salita, si raggiunge l’antica via Priula, strada mulattiera aperta nel 1592 dal podestà di Bergamo Alvise Priuli con l’accordo dei governanti grigioni, che si inerpicava sino al passo San Marco e da lì scendeva nei territori veneti della bergamasca. Là dove inizia la Priula, una targa riporta un pensiero spesso espresso a parole da Gianpietro Bottà (1945- 2018): «A Morbegno nessuno è estraneo, l’unico estraneo è l’amico che non abbiamo ancora conosciuto». Lungo questo tratto si corre il Trofeo Vanoni Ɍ24 di cui Bottà fu promotore. La ripida strada acciottolata che passa sotto il portico conduce, in salita, al Tempietto ʊ25. Verso valle, la stessa strada porta alla piazza dove sorge il complesso conventuale di Sant’Antonio. Scendendo invece per la via San Marco, a sinistra si incontra la chiesetta dell’Angelo Custode, cappella privata dell’attiguo palazzo della famiglia Schenardi.
Quasi sempre chiusa, viene aperta il 2 ottobre per la festa dei Santi Angeli Custodi, che si tramanda celebrata qui almeno dal 1654. In questo giorno la stradina profuma di caldarroste. Un’iscrizione sopra l’altar maggiore informa che l’oratorio fu costruito nel 1692 (o forse ristrutturato sul sedime di una precedente cappella) a spese di Francesco Schenardi. Fu dedicato all’Angelo Custode «in pugna mortis ultima 1692» ([Accompagnami] nell’ultima battaglia, che è quella della morte) come è scritto sull’architrave del portale in pietra nera di Varenna. La pala d’altare letteralmente campeggia nella piccola aula: è una tela di pittore ignoto, che raffigura l’Angelo custode che accompagna un bambino lungo una scala. Al vertice, tra le nuvole, è rappresentata la Trinità, mentre nell’angolo a sinistra compare uno stemma con raffigurate due mani che si stringono da cui fuoriescono due fiori e una spada: potrebbe trattarsi dell’arma della famiglia Acquistapace.
