All’esterno il palazzo si presenta semplice e sobrio, tanto è vero che passando distrattamente per le vie del borgo, non si attribuirebbe all’edificio l’importanza di cui di fatto gode. Le abitazioni vicine sorgono a pochi metri di distanza, quasi a volerlo soffocare, e il fronte non si affaccia su alcuna piazza. Quest’ultimo è di colore grigio chiaro, ma guardando verso l’alto, tra il primo e il secondo piano, si vedono ancora tracce del bianco originale, il quale creava un felice contrasto con il verde scuro dei cornicioni delle finestre in stucco. Nonostante la complessiva semplicità, la facciata è impreziosita dalle aperture tonde del sottotetto, che la alleggeriscono interrompendo la rigida serie di finestre degli altri piani, dal bellissimo balconcino con poggiolo in ferro battuto da artigiani della zona (se ne ammirano di simili in via Garibaldi), dalle conchiglie che decorano le cornici delle finestre e che anticipano i motivi ornamentali degli interni. Un bel portale dal portone nero borchiato immette nell’ampio atrio, su cui si aprono sette porte, due delle quali sono finte. Sopra la cornice di ogni porta troviamo dipinti gli stemmi delle nobili dame che sono entrate a far parte della famiglia. Nella porta al centro della parete dirimpetto l’entrata ammiriamo lo stemma della famiglia Malacrida affiancato a destra da quello della famiglia Mariani e a sinistra da quello dei Paolucci. Lungo la parete di destra troviamo gli stemmi dei Peregalli di Delebio e dei Malaguccini di Morbegno, lungo la sinistra riconosciamo il cigno dei Parravicini, lo stemma dei Vicedomeni e l’ippogrifo dei Greco di Mello. Anche l’atrio, che nel suo complesso si presenta piuttosto austero, viene ingentilito da due raffinate colonne in granito decorate con elementi floreali. Le volte in stucco creano un felice contrasto con il celeste e il rosa pallido del soffitto, tinte quasi evanescenti tipiche dello stile barocco. Le porte conducono alle cantine e ai piani superiori, mentre la prima a destra in una semplice sala quadrangolare la cui volta è stata dipinta dal pittore morbegnese Giovan Pietro Romegialli. L’affresco (“Aurora”) riproduce nella parte superiore Aurora con abiti dorati e sorretta da una nuvola sotto la quale vi sono quattro allegri putti con ghirlande di fiori. La fanciulla è colta nell’atto di allontanare le tenebre rappresentate dal cielo scuro nella parte inferiore del dipinto. Da notare è il contrasto tra i colori molto forti e scuri della parte inferiore e quelli più chiari di quella superiore, contrasto che caratterizzerà quasi tutti gli affreschi del palazzo. Un’altra porta (di fronte a quella d’accesso) immette in una sala più piccola ma comunque sempre molto accogliente, caratterizzata da ricche tappezzerie rosso ed oro, da un caminetto neoclassico e da un quadretto fiammingo raffigurante un concerto di musici. Il soffitto presenta un medaglione di Cesare Ligari intitolato “Le tre grazie”. Le tre fanciulle (i visi sono quelli già incontrati negli affreschi precedenti: nel Settecento le modelle scarseggiavano, soprattutto quelle disposte a lasciarsi ritrarre non del tutto coperte, soprattutto in Valtellina) sono di nuovo disposte a triangolo (la difficoltà di dipingere sul soffitto obbligava l’artista a cercare dei punti di riferimento ben precisi) e comodamente adagiate su nuvole spumose. Bellissimi sono i volti dei bambini che soffiano simboleggiando il vento. La sontuosa cornice è sempre del Vignoli.
Seguono due piccole stanze, l’anticamera dell’alcova e l’alcova vera e propria, entrambe interamente decorate dal Vignoli. Da notare sono alcuni piccoli ovali in monocromo rosati, un mobile a muro, la testiera del letto dipinta sulla parete e i mensoloni sporgenti, anch’essi dipinti, sul soffitto. Dall’anticamera si accede all’ampio terrazzo con belle balaustre in marmo di Viggiù. Dal salone d’onore, tramite un’altra porta, si accede alla sala dell’eroe coronato, così chiamata per l’affresco del soffitto intitolato “Il Merito incoronato dalla Fama” presumibilmente di Pietro Ligari. Vi invitiamo a scoprire il curioso particolare di questo affresco (osservate la gamba del Merito e camminate attorno alla stanza). La volta presenta anche raffinati stucchi istoriati sacri e profani. La sala vanta inoltre il più bel camino del palazzo, e il paracamino, dipinto in occasione delle nozze di Ascanio con Eugenia Malaguccini (1780), raffigura Imeneo e Cupido che tengono incatenati tramite catene d’oro e d’argento gli stemmi delle due nobili famiglie. Sopra le porte osserviamo cinque ritratti di importanti poeti: Chiabrera, Metastasio, Goldoni, Tasso e Petrarca, tutti del Romegialli. Questa stanza veniva infatti utilizzata come libreria e sala di lettura. Nel piano nobile troviamo altre quattro piccole sale: la sala azzurra, dal pavimento in granaglie, l’anticamera delle quattro stagioni, riccamente decorata dal Vignoli (coralli, conchiglie, collane di perle e fiori), la Cappella, dedicata a San Gaetano da Thiene, ed infine la sala dei capricci architettonici, così chiamata per le raffigurazioni dei medaglioni sul soffitto. Al secodo piano vi sono gli appartamenti dove vivevano abitualmente i membri della famiglia. Il complesso è dotato anche di un bel giardino all’italiana, al quale si accede dal secondo piano tramite un ponticello che si affaccia sulla “corte de polli”. Esso presenta piante e fiori originali, la stessa vegetazione all’ombra della quale la famiglia trascorreva il tempo leggendo (da notare il ritratto di Dante Alighieri sopra al portoncino che immette in via San Marco), riposando o ammirando lo splendido panorama che da qui si gode. Il giardino si sviluppa su tre terrazzamenti, e nel punto più alto troviamo l’eremo. Vi invitiamo a visitare le pagine del sito dedicate alla cittadina di Morbegno in cui troverete consigli per nuove visite culturali ma anche informazioni sulla gastronomia locale, sui prodotti tipici e sulle manifestazioni della zona.
Nel periodo dei palazzi del 1700, la pittura prospettica era una caratteristica importante dell’arte e dell’architettura dell’epoca. Questa tecnica pittorica era utilizzata per creare illusioni di profondità e spazio su superfici piatte, come pareti e soffitti, al fine di dare l’illusione di ambienti tridimensionali. Le pitture prospettiche nei palazzi del 1700 erano spesso elaborate e riccamente dettagliate. Gli artisti utilizzavano la prospettiva lineare, una tecnica che permetteva di creare l’illusione di profondità utilizzando linee che convergono in un punto di fuga. Questo rendeva le opere d’arte molto realistiche e coinvolgenti per lo spettatore.
Nel periodo dei palazzi del 1700, la pittura prospettica era una caratteristica importante dell’arte e dell’architettura dell’epoca. Questa tecnica pittorica era utilizzata per creare illusioni di profondità e spazio su superfici piatte, come pareti e soffitti, al fine di dare l’illusione di ambienti tridimensionali. Le pitture prospettiche nei palazzi del 1700 erano spesso elaborate e riccamente dettagliate. Gli artisti utilizzavano la prospettiva lineare, una tecnica che permetteva di creare l’illusione di profondità utilizzando linee che convergono in un punto di fuga.
Questo rendeva le opere d’arte molto realistiche e coinvolgenti per lo spettatore.
Nel periodo dei palazzi del 1700, la pittura prospettica era una caratteristica importante dell’arte e dell’architettura dell’epoca. Questa tecnica pittorica era utilizzata per creare illusioni di profondità e spazio su superfici piatte, come pareti e soffitti, al fine di dare l’illusione di ambienti tridimensionali. Le pitture prospettiche nei palazzi del 1700 erano spesso elaborate e riccamente dettagliate. Gli artisti utilizzavano la prospettiva lineare, una tecnica che permetteva di creare l’illusione di profondità utilizzando linee che convergono in un punto di fuga. Questo rendeva le opere d’arte molto realistiche e coinvolgenti per lo spettatore.
Tutto il palazzo è stato oggetto, a partire dal 2000, di una accurata e appassionata opera di restauro (ancora in corso mentre scriviamo) finanziata per la maggior parte dalla fondazione svizzera Isabel & Balz Baechi e affidata dal 2008 alle mani dalla restauratrice Amalia Sandri ƽ18. Il visitatore è accolto da un atrio con soffitto a vele generate da archi ribassati sorretti da due colonne di granito; i toni tenui delle volte ricamate con motivi floreali a stucco bianco suscitano un senso di distesa serenità. Lungo le pareti, sette porte – di cui due sono trompe l’oeil (inganna l’occhio), perché finte porte dipinte – ritmano lo spazio e reggono gli stemmi. Quello dei Malacrida è proprio di fronte all’ingresso: nella fascia superiore dell’arma, in campo oro, un leone mostruoso tiene alta
una spada, affiancato da un castello merlato alla guelfa; pali d’oro e d’azzurro sono nella fascia inferiore Ɍ19. Ai lati dell’arma dei Malacrida, due stemmi minori, ottocenteschi; sono quelli dei mariti delle figlie di Ascanio II, l’ultimo dei Malacrida di Morbegno: a sinistra di chi guarda, è l’arma gentilizia del marchese Amilcare Paolucci di Modena, sposo di Maddalena; a destra è quella del nobile morbegnese Martino Mariani, sposo di Ida. La serie degli stemmi dà notizia delle famiglie imparentate per matrimonio con i Malacrida, nell’ordine da sinistra a destra: l’arma di Elisabetta Gatti di Teglio, moglie di Bartolomeo III: su fondo rosso, un albero dalle fronde verdi è sostenuto da due gatti d’argento che si affrontano; lo stemma di Anna Maria Peregalli di Delebio, che convolò a nozze con Ascanio I, da cui ebbe ben ventiquattro figli, e, tra questi Giampietro, fautore nel 1758 del completamento della costruzione dell’attuale palazzo, iniziata da Bartolomeo III ma più volte interrotta per difficoltà finanziarie. Il cognome Peregalli risale a un certo ser Antonio detto Pelegalus, originario di Erla (Rogolo): l’arma, bipartita e parlante, presenta in alto un’aquila nera ad ali spiegate e nella fascia inferiore un gallo rivoltato di nero Ɍ20, che regge nel becco un ramo fruttifero con una pera d’oro. Segue lo stemma di Maddalena Paravicini (cigno bianco/argento in campo rosso), che sposò Giampietro. Sulla parete di fronte si ripete lo stemma dei Paravicini incrociato con quello dei Malacrida. Prima del recente restauro era nascosto dall’arma di Eugenia Malaguccini, fatta aggiungere nell’Ottocento dal marito Ascanio II: un bue dalle corna aguzze tra un’aquila nera e una fascia di tre bande azzurre in campo argento.
Di seguito, lo stemma di Isabella Vicedomini di Cosio, prima moglie di Bartolomeo II, presenta su fondo oro una sella (dal capostipite del ramo di Cosio, Atto detto Cavalcasella), un castello turrito merlato alla ghibellina e un’ancora, che forse allude all’origine lariana della famiglia. Conclude la serie lo stemma di Doralice Greco di Mello (grifo nero in campo oro), seconda moglie di Bartolomeo II e madre di quel Bartolomeo III che, nella seconda metà del ’600, si era trasferito da Caspano a Morbegno per esercitarvi il Diritto. Negli anni tra il 1761 e il 1762, sotto l’attenta guida di Pietro Solari, i pittori Cesare Ligari ƽ21 e Giampietro Romegialli ƽ22, il quadraturista Giuseppe Coduri ƽ23 di Como, il paesaggista milanese Giuseppe Porro, i pittori d’ornato Cristiano Dieni di Morbegno e Carlo Fiori di Como realizzarono quell’effetto di splendore, di grazia, di movimento, che è l’apparato decorativo del palazzo e, particolarmente, del salone d’onore.
Il Romegialli, appena ventitreenne e reduce dall’apprendistato romano, dipinse qui le sue prime opere valtellinesi. Al piano terra, sul soffitto dello studiolo, affrescò il medaglione de L’Aurora, tema già diffuso nelle decorazioni barocche e che prolunga la sua vitalità nell’affresco settecentesco: Aurora dalle rosee ditaallontana le tenebre per far posto alla luce in un’allegorica trasposizione illuminista. Nel medaglione sulla volta dello scalone, poi, è raffigurato Ganimede rapito dall’aquila, che lascia la terra per raggiungere l’Olimpo. Zeus lo attende ansioso: sul tavolo è già pronta la coppa per il nettare e l’ambrosia. I colori vigorosi scelti dal Romegialli sembrano rallentare quel volo, perché si possa ammirare meglio e più a lungo la straordinaria bellezza del giovinetto. Giuseppe Porro eseguì quadrature e paesaggi nella Galleria, dove erano raccolti cinquanta quadri a tema sacro, mitologico, di genere, e ritratti di famiglia.
Ascanio II ne dà l’elenco nelle sue Memorie storiche e genealogiche della famiglia Malacrida di Morbegno. In una sala dai raffinatissimi stucchi, forse la biblioteca di famiglia, adiacente al salone d’onore, il Romegialli dipinse i ritratti monocromi di Tasso, Petrarca, Chiabrera, Metastasio e Goldoni (forse suggeriti dal canonico Giovan Simone Paravicini, ben aggiornato sulla cultura contemporanea, dato che Metastasio e Goldoni erano viventi). Ascanio II riferisce che il pittore li “copiò da stampe in rame” (forse acqueforti). Prima del restauro, questi ritratti erano nascosti e protetti da un medaglione in tessuto dipinto, che ne ripeteva i volti. Nel paracamino della stessa sala, il pittore dedicò al matrimonio tra Ascanio II ed Eugenia Malaguccini (1780), il tema nuziale di Imeneo e Cupido in catene. “Nel mezzo (del soffitto) evvi una medaglia dipinta da Pietro Ligario dimostrante il Merito (il poeta meritevole) coronato dalla Fama”. Poiché Pietro Ligari morì nel 1752 mentre l’apparato decorativo venne concluso nel 1762, l’affermazione di Ascanio II porta a pensare che questo sia il corpo di fabbrica più antico del palazzo. Le finestre di questa che Ascanio II definisce semplicemente “sala assai vaga” sono tutte rivolte a sud, per ricevere piena luce, e si aprono verso la “corte de’ polli” sulla quale si affaccia un appartamento costituito da “stanza da letto, gabinetto della toeletta, un altro gabinetto, stanza da letto, e cappella” non ancora aperto al pubblico perché in fase di restauro. La cappella, dedicata a San Gaetano, si colloca nella parte più privata del palazzo. Ascanio II scrive che “le pareti sono dipinte a tappezzeria, di drappo giallo a fiorami”. La parete dell’altare era stata affrescata dal Coduri, mentre è andata perduta la pala, un San Gaetano dipinto dal Romegialli,
che “reputasi per una delle migliori sue opere”. Il “gabinetto della toeletta” è un piccolo capolavoro decorativo “dipinto con tappezzeria bianco-cerulea” di un blu intenso. I quattro ovali con nature morte, dipinti sulla volta e il cupolino, rimandano a un ignoto pittore di grande perizia. Nel palazzo è «degno di particolare ricordo il grande salone con il soffitto dipinto a fresco da Cesare Ligari che vi presentò il trionfo delle scienze con bella composizione, larghezza di disegno e armonia vivace di colore», come ne scrisse Guglielmo Felice Damiani. Giampiero Malacrida avrebbe voluto come decoratori i fratelli Torricelli di Lugano, ma non fu possibile l’accordo sui costi di esecuzione.Fu Pietro Solari, in quel periodo impegnato presso «i cugini Peregalli di Delebio, a suggerire il nome di Cesare Ligari, buon pittore, non più giovanissimo, esoso ma che si sarebbe accontentato pur di togliere l’incarico ai Torricelli. Si accordarono su cinque plafoni per sessanta zecchini». Dei cinque previsti, tre non furono mai eseguiti perché il Malacrida revocò l’incarico tra le proteste di Cesare. La controversia durò a lungo e si ignora come si sia conclusa. Giuseppe Coduri preparò le finte architetture, dipinte per accogliere i medaglioni dei soffitti. Con tratto sicuro e pennellate incisive firmò un capolavoro di finzione scenica, non ridondante, ma convincente: a est e a ovest le pareti del salone ‘si aprono’ verso sale illuminate da alte vetrate; a nord le vere finestre; a sud, altre due, ma finte: a sinistra un gatto nero si affaccia dolce e curioso, a destra la cioccolatiera di rame si raffredda sul davanzale. Cronologicamente, il medaglione del salone d’onore fu affrescato per primo tra i due eseguiti.
Il tema illuministico del Trionfo della Verità nelle Arti e nelle Scienze sopra l’Ignoranza (enunciazione formulata definitivamente da Laura Meli Bassi) vede Cesare Ligari finalmente libero di librarsi in quei cieli dipinti, milanesi e veneziani, che tanto aveva ammirato e dei quali aveva sempre nostalgia: l’ambiente della committenza provinciale non apprezzava ancora gli equilibri instabili delle decorazioni rococò. Egli si mise all’opera con fervore: la spirale delle figure si allontana cromaticamente verso il cielo, dove la Verità ormai appena traspare in uno spazio chiarissimo. L’Ignoranza, donna bendata e sgambettante, precipita, mentre la capacità rappresentativa dell’artista raggiunge il vertice più alto: uno scorcio pittorico degno delle cadute quattrocentesche dei dannati di Luca Signorelli a Orvieto; delle cadute degli eretici di Lorenzo Lotto a Trescore Balneario (Bergamo) e altrove; del soffitto di Pellegrino Tibaldi a Bologna; dei virtuosismi dei decoratori barocchi e, infine, di Giovan Battista Tiepolo che, proprio nel 1761, lascerà definitivamente l’Italia per Madrid. Curiosamente, nello stesso periodo Cesare Ligari abbandonerà avvilito e scontento l’esperienza valtellinese per ritirarsi a Como dove morirà nel 1770. Qui e nelle stanze “nobili” con attento restauro si è restituito il pavimento originale in cotto lombardo. Nella saletta della musica, che Ascanio II descrive “tappezzata di damasco cremisino” (rinnovato di recente) le quadrature della volta propongono una balaustra mistilinea interrotta da trofei di fiori e frutta a incorniciare il medaglione ligariano centrale con le Tre Grazie, che dal cielo sorridono agli uomini. Aglaia, Eufrosine e Talia sono disposte nel modo convenzionale della rappresentazione pittorica, due di fronte e una di spalle, senza raffinate crinoline o perfette nudità. Vi è invece il persistere di un senso di arcadica nostalgia. L’appartamento continua a ovest con “un gabinetto (anticamera), un’alcova e una spaziosa loggia”. Dopo il restauro, i colori dell’anticamera e dell’alcova sono tornati al primitivo splendore. Chi osservi la testata del letto dipinta sulla parete noterà, a sinistra, una piccola nicchia con un libriccino: un trompe l’oeil, il cui significato non è ancora stato decodificato. La loggia con balaustra in arenaria di Viggiù apre la vista sulle Alpi retiche e sulla Bassa Valtellina mentre, verso montagna, guarda sulle corti interne e sulle Orobie.
Ascanio II ne dà l’elenco nelle sue Memorie storiche e genealogiche della famiglia Malacrida di Morbegno. In una sala dai raffinatissimi stucchi, forse la biblioteca di famiglia, adiacente al salone d’onore, il Romegialli dipinse i ritratti monocromi di Tasso, Petrarca, Chiabrera, Metastasio e Goldoni (forse suggeriti dal canonico Giovan Simone Paravicini, ben aggiornato sulla cultura contemporanea, dato che Metastasio e Goldoni erano viventi). Ascanio II riferisce che il pittore li “copiò da stampe in rame” (forse acqueforti). Prima del restauro, questi ritratti erano nascosti e protetti da un medaglione in tessuto dipinto, che ne ripeteva i volti. Nel paracamino della stessa sala, il pittore dedicò al matrimonio tra Ascanio II ed Eugenia Malaguccini (1780), il tema nuziale di Imeneo e Cupido in catene. “Nel mezzo (del soffitto) evvi una medaglia dipinta da Pietro Ligario dimostrante il Merito (il poeta meritevole) coronato dalla Fama”. Poiché Pietro Ligari morì nel 1752 mentre l’apparato decorativo venne concluso nel 1762, l’affermazione di Ascanio II porta a pensare che questo sia il corpo di fabbrica più antico del palazzo. Le finestre di questa che Ascanio II definisce semplicemente “sala assai vaga” sono tutte rivolte a sud, per ricevere piena luce, e si aprono verso la “corte de’ polli” sulla quale si affaccia un appartamento costituito da “stanza da letto, gabinetto della toeletta, un altro gabinetto, stanza da letto, e cappella” non ancora aperto al pubblico perché in fase di restauro. La cappella, dedicata a San Gaetano, si colloca nella parte più privata del palazzo. Ascanio II scrive che “le pareti sono dipinte a tappezzeria, di drappo giallo a fiorami”. La parete dell’altare era stata affrescata dal Coduri, mentre è andata perduta la pala, un San Gaetano dipinto dal Romegialli,
che “reputasi per una delle migliori sue opere”. Il “gabinetto della toeletta” è un piccolo capolavoro decorativo “dipinto con tappezzeria bianco-cerulea” di un blu intenso. I quattro ovali con nature morte, dipinti sulla volta e il cupolino, rimandano a un ignoto pittore di grande perizia. Nel palazzo è «degno di particolare ricordo il grande salone con il soffitto dipinto a fresco da Cesare Ligari che vi presentò il trionfo delle scienze con bella composizione, larghezza di disegno e armonia vivace di colore», come ne scrisse Guglielmo Felice Damiani. Giampiero Malacrida avrebbe voluto come decoratori i fratelli Torricelli di Lugano, ma non fu possibile l’accordo sui costi di esecuzione.Fu Pietro Solari, in quel periodo impegnato presso «i cugini Peregalli di Delebio, a suggerire il nome di Cesare Ligari, buon pittore, non più giovanissimo, esoso ma che si sarebbe accontentato pur di togliere l’incarico ai Torricelli. Si accordarono su cinque plafoni per sessanta zecchini». Dei cinque previsti, tre non furono mai eseguiti perché il Malacrida revocò l’incarico tra le proteste di Cesare. La controversia durò a lungo e si ignora come si sia conclusa. Giuseppe Coduri preparò le finte architetture, dipinte per accogliere i medaglioni dei soffitti. Con tratto sicuro e pennellate incisive firmò un capolavoro di finzione scenica, non ridondante, ma convincente: a est e a ovest le pareti del salone ‘si aprono’ verso sale illuminate da alte vetrate; a nord le vere finestre; a sud, altre due, ma finte: a sinistra un gatto nero si affaccia dolce e curioso, a destra la cioccolatiera di rame si raffredda sul davanzale. Cronologicamente, il medaglione del salone d’onore fu affrescato per primo tra i due eseguiti.
Il tema illuministico del Trionfo della Verità nelle Arti e nelle Scienze sopra l’Ignoranza (enunciazione formulata definitivamente da Laura Meli Bassi) vede Cesare Ligari finalmente libero di librarsi in quei cieli dipinti, milanesi e veneziani, che tanto aveva ammirato e dei quali aveva sempre nostalgia: l’ambiente della committenza provinciale non apprezzava ancora gli equilibri instabili delle decorazioni rococò. Egli si mise all’opera con fervore: la spirale delle figure si allontana cromaticamente verso il cielo, dove la Verità ormai appena traspare in uno spazio chiarissimo. L’Ignoranza, donna bendata e sgambettante, precipita, mentre la capacità rappresentativa dell’artista raggiunge il vertice più alto: uno scorcio pittorico degno delle cadute quattrocentesche dei dannati di Luca Signorelli a Orvieto; delle cadute degli eretici di Lorenzo Lotto a Trescore Balneario (Bergamo) e altrove; del soffitto di Pellegrino Tibaldi a Bologna; dei virtuosismi dei decoratori barocchi e, infine, di Giovan Battista Tiepolo che, proprio nel 1761, lascerà definitivamente l’Italia per Madrid. Curiosamente, nello stesso periodo Cesare Ligari abbandonerà avvilito e scontento l’esperienza valtellinese per ritirarsi a Como dove morirà nel 1770. Qui e nelle stanze “nobili” con attento restauro si è restituito il pavimento originale in cotto lombardo. Nella saletta della musica, che Ascanio II descrive “tappezzata di damasco cremisino” (rinnovato di recente) le quadrature della volta propongono una balaustra mistilinea interrotta da trofei di fiori e frutta a incorniciare il medaglione ligariano centrale con le Tre Grazie, che dal cielo sorridono agli uomini. Aglaia, Eufrosine e Talia sono disposte nel modo convenzionale della rappresentazione pittorica, due di fronte e una di spalle, senza raffinate crinoline o perfette nudità. Vi è invece il persistere di un senso di arcadica nostalgia. L’appartamento continua a ovest con “un gabinetto (anticamera), un’alcova e una spaziosa loggia”. Dopo il restauro, i colori dell’anticamera e dell’alcova sono tornati al primitivo splendore. Chi osservi la testata del letto dipinta sulla parete noterà, a sinistra, una piccola nicchia con un libriccino: un trompe l’oeil, il cui significato non è ancora stato decodificato. La loggia con balaustra in arenaria di Viggiù apre la vista sulle Alpi retiche e sulla Bassa Valtellina mentre, verso montagna, guarda sulle corti interne e sulle Orobie.
